SCHENGEN: Audizione di Valerio Neri, Direttore generale di Save the Children

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Save the Children ( StC) è  una UNICEF privata, cioè non ha finanziamenti dai Governi in quanto organizzazione, come invece l’UNICEF, ma se ha dei finanziamenti da Governi (e ne ha tanti) è sempre su specifiche operazioni o progetti. Ad es: la fame nel mondo: gli Stati Uniti tramite Save the Children finanziano i territori più investiti da questi problemi, e così la Svezia, la Norvegia. StC è presente in 28 Paesi del mondo, a tutti gli effetti si tratta dunque di un’organizzazione mondiale e internazionale indipendente. Save the Children ha una vocazione: per «children», per tutti i bambini, ma con  una vocazione particolare per i bambini hardest to reach, cioè i più difficili da raggiungere nel mondo: bambini in guerra, bambini dove le fazioni si combattono, in grande pericolo, o bambini difficili da raggiungere anche nei territori, ad esempio in zone dell’Etiopia dove la siccità è tale per cui anche solo riuscire a raggiungere certi luoghi è molto difficile: i bambini più a rischio nel mondo, quale che sia il rischio e quale che sia la zona del mondo.

  Fin dal 2016 lavorava in Italia con i minori migranti non accompagnati, cioè i ragazzi sotto i diciott’anni, provenienti senza un adulto di riferimento nel nostro Paese, dalle diverse frontiere. Adesso soprattutto da quella sud. StC lavorava già dal 2008 con questi ragazzi solo sul territorio italiano, senza alcuna unità navale. Negli ultimi anni,  con il finanziamento del Ministero dell’interno, aveva fatto un accordo con Save the Children, con UNHCR e con IOM per la gestione del centro di Lampedusa e anche altri centri.

A STC veniva affidata l’identificazione dei ragazzi minorenni e l’informazione della legislazione italiana. Secondo il Regolamento di Dublino questi erano ragazzi che dovevano rimanere in Italia. Il compito era, ed è tuttora, informarli della legislazione italiana sicché la potessero usare sia come protezione sia anche come integrazione.

  La legislazione obbliga lo Stato alla scolarità fino al diciottesimo anno di età, a dargli assistenza sanitaria, quindi tanti vantaggi. Ma non parlano italiano, spesso neanche inglese, quindi hanno bisogno di un traduttore, di un mediatore culturale che comunichi nelle loro lingue. Questo è stato per tanti anni il compito a terra di STC.

  Poi, indipendentemente dai finanziamenti del Ministero dell’Interno, che peraltro venivano dall’Europa, finanziamenti che venivano dal progetto «Praesidium» finanziato dalla comunità europea, STC ha  aperto dei centri italiani finanziati privatamente per l’assistenza ulteriore. Questi ragazzi, quando arrivano in Italia, dopo l’identificazione e le procedure vengono affidati a dei centri di accoglienza, a volte finalmente specializzati per minori (non sempre, però). Lì aspettano il tutore legale e dal momento che hanno il tutore legale – che può essere una persona ad hoc deputata dal giudice – a quel punto il ragazzo (o ragazza, ma parliamo al 96 per cento di maschi) incomincia la vita italiana legale.

  Ma non basta, perché spesso, anche con il tutore, continuano a non conoscere l’italiano, non conoscono i diritti e doveri, quindi SDC ha pensato che fosse utile aprire dei centri a Roma, Milano, Torino, e adesso a Catania, per intercettare nelle nostre città quelli che fuggono dai centri di accoglienza ufficiali, non avendo trovato lì qualcuno che sappia spiegare loro, nella loro lingua, che cosa stanno a fare in Italia. Molti, il 90% vogliono proseguire il viaggio oltre l’Italia, quasi tutti per il nord Europa.

Spesso per convincimento di STC  su di loro, si fermavano in Italia. Il compito era anche proteggerli (tuttora lo è), quindi la richiesta era del perchè dovessero andare in Norvegia. La risposta era «perché lì c’è mio cugino», ma più spesso «perché mi hanno detto che lì si sta bene», quindi un’informazione vaga, a quel punto gli si diceva di pensarci bene, di imparare l’italiano, e che sarebbero stati  aiutati.

  Quindi qualcuno è stato convinto a fermarsi.

Adesso stanno fermi, perché le frontiere sono veramente blindate. Qualcuno ce la fa, ma è rischiosissimo. Rischiano poi di arrivare a Ventimiglia e bivaccare in quel modo terribile che avete visto sui giornali e via dicendo.

  Fino al 2016 la situazione era questa. C’è stato il problema della Grecia e anche Save the Children Italia si è molto occupato del problema Turchia-Grecia quando arrivavano dalla Turchia migranti siriani in Grecia. Nel 2015 i morti in mare sono stati 2876, di cui – valutiamo, perché sui morti in mare è sempre difficile avere il numero – 661 minorenni. Nel 2016, i 661 sono diventati 1.260 (è sempre una valutazione).

  Quindi Save the Children Europa si è dovuta chiedere come poter guardare dalle nostre coste questi bambini e adolescenti che affogano, in numerosità crescente, davanti alle nostre coste. E così, d’accordo con tanti altri colleghi europei, si è  deciso di dare una mano ulteriore.

Il Direttore Generale Neri afferma: “…vado orgoglioso del fatto che prima di dare una mano, prima di decidere, siamo andati a parlare con la Guardia costiera, la quale ci ha detto che magari fossimo arrivati a dare una mano, perché la mortalità è funzione diretta di quanto naviglio io ho in zona SAR. Quindi, quante navi abbiamo grosso modo fuori dalle acque libiche, ma di fronte alla Tripolitania? Se ne ho due, la mortalità sarà x, se ne ho quattro sarà y e via dicendo: al crescere del naviglio decresceva la mortalità, perché questi migranti partono o vengono fatti partire dai trafficanti e più navi ci sono in zona più e facile è raccoglierli; se invece si disperdono nelle acque affondano tutti e muoiono…..

  …. Tra l’altro abbiamo, secondo me, la Guardia costiera tra le migliori del mondo… La loro missione….(sentimentale più che business) è il salvataggio. ….

  A quel punto, sentita la Guardia costiera, Save the Children prende la decisione, nel 2016, di mettere una nave in acqua. Lo fa con un certo ritardo, perché noi arriviamo soltanto nel settembre del 2016, quindi operiamo a settembre, ottobre e novembre 2016. Prima di andare in acqua chiediamo alla Guardia costiera di aiutarci a fare un training al nostro personale, per essere sicuri che fosse il più adatto a queste missioni così specializzate. Ci aiutano, facciamo i corsi, la nave parte e cominciamo a operare. Operiamo quindi, sin dall’inizio, sotto il diretto controllo della Guardia costiera….” ”tutte le grandi navi per esempio Medici o anche le altre – hanno sicuramente avuto diversi incontri con la Guardia costiera….

 … A quel punto siamo partiti e abbiamo operato nel 2016 sotto diretto controllo… Che cosa vuol dire diretto controllo? Vuol dire che la nostra nave intanto staziona in una zona di mare indicata dalla Guardia costiera….nostro comandante non parte e va in giro per il mare …ma va già dove la Guardia costiera gli dice, quindi in una zona di controllo, che è fuori dalle acque libiche, in acque internazionali, e aspetta lì.

  Nel momento in cui il centro di Roma…riceve una chiamata di soccorso, che può venire da una nave, da un comandante di marina di altre navi o dagli stessi barconi o gommoni, vede nello schermo dei transponder che mandano il segnale della zona navale che controlla qual è la nave più vicina, chiama quel comandante e gli dice di andare. Nel caso fosse la Vos Hestia, noi andiamo. Quindi, già andiamo nella zona su comando della Guardia costiera, entriamo nella zona SAR, proprio nella zona di soccorso, su comando della Guardia costiera.

  Devo dire che la Guardia costiera è sempre stata molto attenta a non farci entrare in acque libiche. Peraltro, lì c’è anche una responsabilità diretta del comandante; se avesse ricevuto un punto nave così interno alle acque libiche già il nostro comandante avrebbe chiamato la Guardia dicendo che qualcosa non andava.

  Quindi, la nave si ferma sempre appena fuori, magari, ma fuori dalle acque libiche. Solo una volta – tengo a dirlo perché è un’audizione formale e vogliamo essere precisi – qualcuno della nostra nave è entrato in acque libiche. Se la nave si ferma qui e il barcone sta qui, dentro le 12 miglia, anche di 100 metri, la nave sta fuori ma i gommoni di salvataggio dell’equipaggio entrano. Ce l’hanno chiesto una volta e una volta l’abbiamo fatto. Quindi, non la nave, ma i gommoni di soccorso che la nave usa per tirare a bordo la gente sono entrati una volta in acque libiche. Altre volte non è mai successo.

  Riprendiamo le persone a bordo e a quel punto è di nuovo la Guardia costiera che dice che cosa dobbiamo fare. Attenzione, qui tocchiamo un altro punto, presidente. Se la Guardia costiera ci dice di andare a Trapani, noi andiamo a Trapani e lì finisce. A volte ci dice di non rientrare e di aspettare perché forse dobbiamo portare altri migranti. Questo è il problema dei trasbordi. Ci sono unità navali più piccole che quindi possono, in altre zone di mare ma sempre in quella zona, raccogliere qualche altro migrante, …oppure, se rientrassero  tutte le navi cariche si sguarnirebbe la zona di soccorso. Per non farla sguarnire, molto spesso l’unità piccola si accosta all’unità più grande, qualche volta alla nostra, scarica i migranti su noi (o su altri, ma adesso parlo di noi) e noi rientriamo, mentre la piccola rimane in zona SAR.

  Tengo a dire, però, che fino a oggi questa operatività è stata perfettamente gestita e controllata dalla Guardia costiera. A quel punto, noi rientriamo ed il gioco è fatto. Mi fermo qui

…Le ONG hanno trattato col ministero su questi punti, anche i colleghi di Medici, e abbiamo ottenuto un testo un po’ differente. In sostanza si legge che si ha impegno da parte dell’organizzazione a non trasferire su altre navi i propri, quindi a non operare trasbordi, eccetto in caso di una richiesta della competente MRCC, cioè Guardia costiera.

  PRESIDENTE. Allora: «l’impegno a non trasferire le persone soccorse su altre navi, eccetto in caso di richiesta del competente MRCC (il nostro di Roma) e sotto il suo coordinamento, anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave: dopo l’imbarco delle persone soccorse, le navi delle ONG dovrebbero di norma completare l’operazione sbarcando le medesime in un porto sicuro, sotto sempre il coordinamento del MRCC, salvo nelle situazioni sopra menzionate».

  VALERIO NERI, Direttore generale di Save the Children. Quindi, per noi questa cosa è molto importante, dato che ci fidiamo veramente della Guardia costiera, anche nella loro intenzione di salvare oltre che nella loro capacità tecnica. Per noi era fondamentale dire che fosse la Guardia a decidere, non che decidessimo noi o semplicemente perché è scritto in un codice.

  …..sotto tutti gli aspetti valutiamo che quei ragazzi, adolescenti e bambini, siano i più esposti al rischio senz’altro in Europa. Ragazzi e ragazzine abusate, violentate, torturate in Libia che prendono il mare, se non affogano arrivano spesso ustionati, soprattutto le ragazze, perché le mettono al centro, il motore perde benzina, con l’acqua di mare fa un’emulsione, diventa acida, il sole… Stare seduti, accucciati su quel gommone, vuol dire bruciarsi. Avrete visto delle fotografie, purtroppo noi ne abbiamo viste parecchie, insomma è una cosa veramente orrenda.

  Quindi, sono persone esposte a un rischio altissimo. Questo è stato il motivo per cui siamo intervenuti. Ed è il motivo per cui abbiamo anche firmato il codice. Cosa dice il codice? In realtà, mette su carta esattamente quello che avviene tutti i giorni, salvo due aspetti nuovi. Anche prima la Guardia costiera non ti faceva entrare in acque libiche; anche prima la Guardia costiera ti chiedeva di non spengere il transponder, e Save the Children non l’ha mai spento e non è mai entrata in acque libiche, salvo il caso che vi ho detto; anche prima chiedeva il coordinamento della Guardia costiera. Quindi, tutte queste norme sono state messe su carta, ma erano – almeno per quello che riguarda Save the Children – già operative prima.

  ….Meno i due casi. Uno è quello dei trasbordi – e lo abbiamo già detto. L’altro caso, per noi in assoluto il più delicato, e che probabilmente ha costituito anche il vero unico motivo per cui Medici non ha firmato, è quello dell’autorità giudiziaria, che è polizia giudiziaria. Il testo dice chiaramente che se, a richiesta, ci viene chiesto di accoglierla a bordo, dobbiamo farla entrare a bordo. In realtà, questo è già avvenuto tante volte in porto. Qui si tratta di navigazione in acque internazionali, una cosa molto più complessa.

Noi abbiamo tentato di mediare in tutti i modi – noi e i nostri colleghi di altre organizzazioni, sempre Medici perché, sinceramente, non conosco gli altri – che almeno la polizia non fosse armata, però questo non è stato possibile. Evidentemente il ministero ha reputato che non fosse possibile chiederlo alla polizia, forse per motivi di sicurezza personale, quindi il problema delle armi si pone…

  .,,,Nel mondo, Save the Children…lavora in tanti scenari molto duri: guerra, guerriglia o terrorismo. Lavoriamo in Siria, in Iraq e in Afghanistan. Insomma, in tutti i posti peggiori che vi vengono in mente, noi ci siamo.

  È chiaro che, in questi posti, dove tra l’altro abbiamo perso diversi colleghi, anche in maniera brutale, a volte, anche Save the Children ha dovuto chiedere scorte armate…Abbiamo chiesto protezione. In casi eccezionali, anche Save the Children, che, per definizione, come Medici Senza Frontiere o come le grandi ONG, è senz’altro pacifista in questo senso, ha dovuto ammettere cose di questo genere, quindi che cosa è stato fatto? Save the Children ha scritto una policy internazionale, che si chiama «Safety and Security» e che dobbiamo seguire nei casi in cui ci fosse l’esigenza di una sicurezza armata.

  Abbiamo chiesto al ministero: «nel codice che firmeremo (e non in quello degli altri), nel caso ci venisse chiesto di far salire a bordo la polizia giudiziaria armata, nel modo in cui la polizia stessa voglia esserlo, possiamo chiedere che venga applicato il nostro codice internazionale, che ci permette di discutere come

e quanto esporre le armi e soprattutto se esporle o portarle, eccetera?». Ci hanno risposto di sì, per cui ho inserito, nel testo del codice che ho firmato a riguardo di Save the Children, questo codicillo in più, dicendo che, in quel caso, ci riferiremo alla policy consegnata al ministero, che il ministero aveva visto e che ci ha permesso di bypassare uno scoglio che, altrimenti, sarebbe stato impossibile superare.

  Ho paura – anche in questo caso, dico qualcosa che non dovrei sapere direttamente – che Medici Senza Frontiere non abbia potuto farlo perché non ha potuto avere questa possibilità. Questo e solo questo ci ha permesso di firmare perché, altrimenti, non avremmo potuto farlo.

  A questo punto, ove la magistratura o la polizia giudiziaria ci chiedesse di salire a bordo, noi potremmo farlo, ma siamo autorizzati a parlare con le persone mandate dalla polizia giudiziaria, che immagino possano essere un magistrato o un comandante di Polizia, per gestire l’operatività.

  …..Sui poveretti che salviamo sappiamo di tante torture che hanno subìto. Qualche volta, anche se a noi questo non è mai successo, come sapete, si è cercato anche di identificare il trafficante tra quelli sbarcati. Questo non è mai successo sulla nave di Save the Children, ma sono successe delle cose bellissime, come la nascita di un bambino o diversi parti.

  Ultimamente, il 25 luglio, un barcone è affondato e sono morte tutte le donne a bordo, ma sono rimasti sei bambini di pochi mesi. Ecco, in quel caso, è importante il fatto che noi siamo Save the Children e che la nostra nave sia attrezzata per bambini, in quanto abbiamo a disposizione psicologi e soprattutto i colleghi a terra. Abbiamo immediatamente chiamato dalla nave, per cui, appena la nave è arrivata, questi bambini sono subito stati portati a un centro dedicato a loro e non hanno dovuto aspettare perché c’era il nostro personale che li ha subito prelevati. Insomma, questo fa la differenza tra chiamarsi Save the Children o essere un’ottima nave che non ha la specializzazione sul nostro lavoro.

  …

  A bordo ci sono un medico e due infermieri, specializzati in medicina d’urgenza, che ruotano, quindi questi fanno mediamente un mese ciascuno. Abbiamo avuto dodici casi gravi, per i quali ci sono state evacuazioni rapide o con trasbordi su navi che rientravano, mentre noi restavamo lì, o su elicottero. Anche in quei casi, è molto importante poter parlare immediatamente a terra per avvertire, anche da un punto di vista medico, l’autoambulanza o della necessità di un intervento chirurgico. Per quanto riguarda le gravidanze, mentre lei parlava, ho visto che abbiamo dovuto gestire 84 gravidanze di cui alcune erano a rischio, cosa che facilmente accade a una donna che ha subìto quello che ha subìto.

  Solitamente, appena i migranti arrivano a bordo, si fa un primo check generale, in cui è importante la capacità del medico che deve identificare al volo la situazione.

  Quasi sempre i migranti sono tutti in uno stato di denutrizione e di disidratazione molto grave e, a volte, gravissimo, come nei casi di intervento immediato. Quasi sempre siamo di fronte a ferite, a segni di tortura, a disidratazione e malnutrizione molto forte.

  In particolare, le donne possono avere anche i tipici problemi di una donna che ha subìto violenza. Per fortuna, nel nostro staff medico c’è sempre un’infermiera. Insomma, il problema maschio-femmina è abbastanza delicato, anche perché, molto spesso, si tratta di religioni e culture diverse dalla nostra. Il nostro intervento, quindi, è molto utile.

  Il discorso sui bambini è un po’ diverso perché i bambini presentano soprattutto ferite psicologiche. Mi riferisco ai bambini e non agli adolescenti o agli adulti, che, in quel senso, sono uguali, perché gli adolescenti hanno subìto torture e violenze come se fossero adulti. Nel caso dei bambini, il problema – almeno per quello che ricordo o ho saputo – non è tanto fisico, ma psicologico. Quello è terribile e non so se si tratta di una ferita meno grave.

  Abbiamo avuto anche casi di orfani. I bambini raccolti ultimamente erano di pochi mesi ma abbiamo avuto bambini, anche di otto o nove anni, orfani di madre e di padre, quindi, in quel caso, il problema è pesantissimo ma, per fortuna, la psicologa è intervenuta immediatamente.

  Insomma, in quel caso, il lavoro deve essere fatto a terra: questi ragazzini non dovrebbero essere abbandonati e bisognerebbe seguirli. Ora, noi lo stiamo facendo, però lo facciamo, in realtà, soprattutto per i bambini che identifichiamo noi perché non è semplicissimo farlo quando c’è una diffusione più ampia. Siamo in contatto anche con altri colleghi, con la IOM e tutto il sistema.

  I bambini, quindi, riportano soprattutto danni psicologici.

Per risponderle a quanto mi chiedeva sul Trattato di Dublino, le dico di sì e non potrei dire diversamente perché è uno scandalo che il Trattato di Dublino sia quello che è ancora.

  Ci abbiamo provato in tutti i modi con i colleghi europei e continuiamo a provarci ma sembra che cambiarlo sia la cosa più difficile del mondo. Certamente sarebbero opportuni corridoi umanitari e sarebbe anche bellissimo ripensare al concetto di asilo, dalle fondamenta.

  Tra l’altro, è curioso che, poche ore prima di venire qui, per un altro motivo, ho chiesto alla collega Egizia un aggiornamento sul concetto d’asilo.

  Tale concetto dovrebbe essere riformato e reso europeo ma andrebbe anche visto con gli occhi di oggi.

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